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POJAT

Il Pojat è un termine di origine dialettale, usato dai nostri avi per indicare la carbonaia. Il Pojat viene allestito per trasformare la legna in carbone mediante un processo di distillazione del legno, che viene privato dal contatto con l’aria. La carbonaia viene realizzata accatastando rami e tronchi di piccole dimensioni, disponendoli a forma di cupola con al centro un foro, che funge da camino, e coprendo la catasta di legna prima con strame di abete rosso, poi con foglie ed infine con terra. Ai piedi dei tre strati isolanti vengono effettuati fori di piccolo diametro per consentire la fuoriuscita del fumo e garantire una combustione lenta, senza fiamma. Nella carbonaia i tronchi e i rami non bruciano: il pojat viene infatti costruito in maniera tale da impedire che l’ossigeno entri a contatto col legname ed al tempo stesso venga favorita la fuoriuscita dei fumi. La legna viene infatti sottoposta ad una sorta di essicamento, grazie alla presenza di elevate temperature. L’acqua presente nel legname viene fatta lentamente evaporare in questo modo la legna si trasforma pian piano in carbone.

Terminato l’allestimento, la carbonaia viene accesa introducendo brace viva dall’alto, attraverso il foro centrale. Per evitare che si inneschino processi di ossidazione del legname (che verrebbe quindi distrutto dalle fiamme); giorno e notte, per circa dieci-quindici giorni, la carbonaia viene attentamente sorvegliata da uomini, che dormono nel cason (rustico realizzato totalmente con tronchi e rami di abete rosso e bianco). Una volta che il fumo in uscita dalla carbonaia da grigio diviene turchino, si può procedere allo spegnimento del Pojat. Si comincia poi l’estrazione del carbone (mediamente ogni metro stero di legna circa 6/7 q.li si ottiene un quintale di carbone).

La nostra storia, legata al carbone, è documentata dal 1700. La richiesta di carbone di legna a quei tempi era assai elevata, esso infatti veniva utilizzato per far funzionare fucine, fornaci e calchere. Gran parte del carbone d’Alpago era destinato alle fonderie della valle Imperina, ad Agordo, ed alle numerose fabbriche artigianali veneziane per la produzione del vetro.

Il carbone era merce ricercata a causa del ridotto costo e del superiore potere calorico rispetto alla legna. La carbonificazione, riducendo il peso ed il volume del materiale legnoso di partenza, garantiva minori difficoltà e minori costi di trasporto.

Ogni anno, con la fine della stagione invernale, il carbonaio tornava nel bosco ed iniziava a preparare tutto  l’occorrente per ottenere un carbone pregiato. Innanzitutto doveva tagliare la legna, operazione che doveva essere effettuata possibilmente con la luna calante, così da avere un minor contenuto di linfa, abbreviando quindi i tempi di combustione. Accatastava poi il legname presso le aie carbonili (dette “jal”) e, successivamente, procedeva alla costruzione del Pojat, posando in modo sapiente ogni pezzo di legna.

A Farra d’ Alpago il nome della frazione di Poiatte richiama alla memoria i numerosi Pojat che i nostri avi fecero proprio nei boschi della frazione: tutto ciò è testimoniato dalla presenza di numerose Jal, ancora ben visibili.

Il carbone, una volta estratto dal poat, veniva disposto nella jal e veniva fatto raffreddare, per poi essere messo in grandi gerle e sacchi ed essere portato in paese, solitamente dalle donne o dai ragazzini.

L’ultimo Pojat è stato realizzato alla fine degli anni ’40 in località Costa de Mez (vicino alla montagna de Gritti) dove la Jal è tutt’oggi ben conservata.

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